Tre Soldi

 

  1. Voicescapes: il paesaggio dentro una voce, di Renato Rinaldi (2013)

Ho parlato con persone anziane che vivono da sole in luoghi che tutti hanno abbandonato, paesi difficili, scomodi, freddi, in alto dove la natura è avara e il silenzio avvolge tutto. In questi luoghi vivere è rompere il silenzio, un esercizio quotidiano fatto in solitudine, in un tempo dove non c’è mai contemporaneità o sovrapposizione, e tutto si srotola in sequenza. Ma come si rompe il silenzio quando si è soli? Con chi si parla? Che cosa si dice? E soprattutto, si usa la voce? Le voci che abitano questo silenzio sono particolari, sono voci minerali che restano attaccate alle rocce più che alle persone; la loro grana e il timbro sembrano incrostati di paesaggio, il ritmo e le pause invece, con la loro cadenza partecipano alla fissità del tempo e alla vastità dello spazio.

 

  1. C’era una volta il telefono, di Anna Raimondo (2014)

Memorie sonore dell’arrivo del telefono nelle case napoletane. Come “suonava” la voce dall’altra parte della cornetta? Com’era parlare per la prima volta al telefono? Chi erano le commutatrici? E come si comunicava prima del suo arrivo? Scherzi, telefonate anonime e d’amore colorano questi ricordi, evocando un tempo non

lontano, fatto di cornette pesanti, suonerie troppo forti, gettoni telefonici e tastiere.

 

  1. Theoria degli affetti | osservatorio poetico sulla vecchiaia, di Isabella Bordoni (2017)

Il progetto Theoria degli affetti nasce con l’intenzione di osservare dall’interno il luogo e il tempo di vita delle persone anziane in ricovero e quindi pensare azioni di sensibilità e visibilità per ricucire lo strappo che separa la Casa di Riposo dalla Città.
Lavorando nel corso di un anno anche sulle regole e sulle procedure che non prevedono da parte di persone esterne un coinvolgimento di questo tipo nella vita di una Casa di Riposo e Residenza Sanitaria Assistita, – in sinergia con la Presidenza e la Direzione Asp di Vignola (Mo), con il coordinamento di Wunderkammer Associazione Culturale e soprattutto con il personale e gli Ospiti – ho dato corpo a un’esperienza che ho chiamato “osservatorio” e che ho sottolineato poetico, perché non condotto con lo sguardo e con le intenzioni del reportage, fondato invece sulla condivisione dello spazio, sull’ascolto, sul silenzio, sullo scambio reciproco di attenzione e tempo. Se l’obiettivo dichiarato è, da una parte e all’interno di un progetto più esteso per linguaggi e durata, quello di riconnettere persone, generazioni, spazi, quindi assumere la vita umana nella sua unicità tanto soggettiva quanto collettiva, dall’altra ripensare con la percezione della Casa di Riposo come luogo, anche l’architettura emozionale e la struttura urbanistica della città; il linguaggio coniato per dirlo, abita e intreccia una pratica antropologica e documentaria, con una “irriducibile” postura poetica. Convinta come sono che “ogni gesto di accoglienza è sempre un gesto poetico”, tanto più questo pare vero e necessario qui, dove s’incontrano i temi della vecchiaia, della malattia, della morte.

 

  1. Il Sottosopra, di Gianluca Stazi e Giuseppe Casu in collaborazione con i minatori del Sulcis Iglesiente (2018)

Il tempo delle miniere è custodito nelle gallerie allagate, tra i resti dei villaggi minerari, nelle acque rosse che attraversano le dune, nelle scelte di un maestro, nella voce di una lampada a carburo, in un vecchio nastro magnetico. Buio, paga, pericolo, acqua, vagone, laveria, esplosivo, paura, perforatrice, bedaux, occupazione, cronometro, turno, galleria, minerale, pozzo.

Sono alcune parole che abitano questo passato, seguendole abbiamo incontrato il senso del Noi, la

dignità nel lavoro e l’irrefrenabile desiderio di poter lasciare qualcosa di buono ai figli. Come Silvestro: lavora in miniera da quando ha 23 anni, è figlio di minatore, figlio della miniera, fa l’amore con la montagna. Ora ha 66 anni.

 

  1. Le parole dell’Eritrea, di Alessandro Bosetti (2012)

Il pretesto per questo viaggio è stato quello di andare alla ricerca delle parole italiane che ancora resistono incastrate nella lingua Tigrina. Queste parole formano una memoria vivente del nostro passato coloniale, non troppo lontano, in questo paese del Corno d’Africa.

Sono schegge sonore di un trascorso in colonia e di una parte di Italia che esiste “fuori da sè” conservata nel prisma un po’ trasognato della realtà quotidiana di città come Asmara e Massaua.

Che cosa significa essere Eritreo quando sei il figlio non riconosciuto di una coppia mista, l’italiano è praticamente la tua prima lingua e hai passato metà della tua vita in Italia? E cosa significa essere Italiano se non lasci l’Eritrea da decenni, non hai mai conosciuto i tuoi parenti sulla penisola e hai la pelle nera? Il bello della radio è che ci permette di ascoltare queste contraddizioni nelle voci degli asmarini ancor prima di conoscerne l’aspetto, il colore della pelle e la storia individuale. Scopriamo che qui I pompieri si chiamano bimbori, le rotatorie con l’aiuola in mezzo si chiamano girafiori e che le bariste fanno tutt’altro mestiere che servire caffè e aperitivi.

 

  1. La tribù delle noci sonanti, di Lea Promaja (2016)

Registrato nella campagna marchigiana, in centro Italia, tra la fine del 2013 e maggio del 2015, questo documentario racconta l’esperienza personale dell’autrice che dalla Francia è andata a vivere in Italia per quasi due anni e della conoscenza che ha fatto con il suo vicino di casa. Fin qui nulla di troppo strano.
A trovare questo vicino, però, ci si va senza prima telefonare perché non ha il telefono. Non ha nemmeno l’elettricità e quando è buio si illumina con una piccola lampada a olio.
All’inizio può sembrare affascinante ma a lungo andare si fa chiaro che non avere l’elettricità in casa negli anni duemila costringe a vivere in un modo totalmente diverso da quello della maggior parte delle persone oggi. O, almeno, in quella parte di mondo ricca e opulenta.
Fabrizio ha 66 anni e la sua casa è aperta a tutti. È quasi una comunità, una tribù. La tribù delle noci sonanti.  Condividere un po’ di tempo con le persone che passano alla Tribù permette di riflettere sulla quantità di oggetti che ci circondano ogni giorno nel quotidiano  e ammettere che di molti di essi potremmo davvero fare a meno. Questo documentario è un invito a immergersi, come un ospite garbato, nel quotidiano di una casa dalle porte aperte. È un invito al lasciarsi portare, senza fretta, all’ascolto.

 

  1. Arrefresca l’anema ro’ priatorio, di Nello Del Gatto (2017)

In una cava di tufo, nel quartiere Sanità, da secoli i napoletani si rivolgono alle anime pezzentelle per chiedere grazie. Sono le anime del purgatorio, resti (teschi e tibie) di circa 8 milioni tra appestati, morti per carestie, tumulti e malattie del corso dei secoli a Napoli. La richiesta della grazia avviene tramite la procedura dell’adozione: ogni questuante adotta una “capuzzella”, la cura, la venera, ci parla (in passato le portavano anche a casa) e se l’anima intercedendo fa giungere la grazia, riceve la giusta sepoltura che gli era stata negata, con l’erezione di una piccola casetta di marmo o legno detta scarabattola. Tra queste capuzzelle, anche alcune molto famose e venerate come Donna Cuncetta, il Capitano, la Bambina, “buoni conduttori di grazie”. Nonostante editti reali, leggi, anatemi e divieti della chiesa, il culto è sopravvissuto nel corso dei secoli e si è anche attualizzato, con l’uso di ex voto moderni dalle sigarette ai telefoni ai biglietti dell’autobus.

 

Tre Soldi è un programma di Radio3 dedicato al linguaggio del documentario radiofonico. È in onda dal 2010 ed è curato da Fabiana Carobolante, Daria Corrias, Elisabetta Parisi e Ornella Bellucci.
Sul sito raiplayradio si possono riascoltare le serie andate in onda e qui proposte.