Matteo Nasini

Perché penso torno indietro, 6’19”, 2013

 

Puoi parlarci del lavoro che ha portato alla creazione di Perché penso torno indietro, il lavoro che presenterai durante Helicotrema?

Questo progetto è l’inizio di un lavoro sonoro sulle prime emozioni e sui “luoghi scomparsi” ma ancora presenti nella memoria, che sto realizzando attraverso delle interviste con persone anziane.  L’idea è quella di un lavoro sulla memoria ancestrale e sull’apparizione di luoghi ed emozioni la cui visualizzazione è rimandata all’evocazione di chi lo ascolta in riferimento alla propria memoria.

Puoi parlarci della tua formazione musicale, e di come questo influenza il lavoro che hai svolto sulle voci in questo radiodocumentario (o in altri che hai fatto)?

Ci sono più piani di lavoro all’interno del progetto, c’è quello delle interviste e del field recordings di alcuni dei luoghi narrati. Le interviste sono più vicine ad una ricerca documentaristica mentre l’intervento dei field recordings e dei suoni elettronici sono indispensabili per creare una dimensione, un luogo acustico per introdurre l’ascoltatore al processo di evocazione dato dalla narrazione.

Alcuni tuoi prossimi progetti riguardano la sperimentazione dell’ascolto collettivo. Puoi dirci qualcosa di questo aspetto?

Secondo me ciò che muta la condizione d’ascolto è la forma sonora. Lavorando spesso con sculture sonore e performance mi sono reso conto di quanto la percezione del suono, quando allontanata dalla forma del concerto, possa creare nuovi modi di relazione e di suggestione da parte dello spettatore col contesto specifico.