Fabrizio Perghem

Jenga

estratto da 11′:50” da totale 1h:14′ – 2015

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In Jenga, prima personale di Fabrizio Perghem (1981), l’artista pensa ad uno spazio espositivo totale. L’autore di Rovereto si rifiuta di esporre le proprie sculture al di fuori del luogo per cui sono state concepite. Giocando con una forma di personale retrospettica, Perghem realizza allora un display sonoro per far trascendere al pubblico il proprio lavoro, avvalendosi del riverbero di testimonianze altrui. All’interno di LOCALEDUE
(https://www.facebook.com/pages/LOCALEDUE/112549148915858) non c’è nulla, è una stanza vuota dove i muri vibranti raccontano le sue pratiche attraverso delle registrazioni telefoniche: una giornalista di cronaca intervista testimoni oculari, spiegando loro che avrebbe dovuto scrivere del lavoro di Perghem senza averlo mai visto. L’artista stesso ripercorre i suoi progetti, interpellando dopo anni persone che aveva individuato
come fonti del proprio operare.
Eugenio Luciano: Iniziamo dal titolo che hai scelto. Parlami della sua relazione con il display…

Fabrizio Perghem: Come saprai jenga è un noto gioco da tavolo, che prende il nome dallo swahili “costruisci!”, imperativo del verbo kujenga. La dinamica del gioco è un continuo togliere tasselli alla struttura, per poter continuare a costruire sino al collasso della forma. Queste tensioni hanno un forte legame col mio lavoro in generale. A LOCALEDUE, nello specifico, ho avviato un processo capace di erodere le parti formalmente gestibili dei miei precedenti lavori, come la visione delle opere attraverso la loro documentazione canonica. Tra le altre cose, questo mi ha permesso di sondare quanto resista dell’opera se questa viene privata della propria immagine. Ecco perché Il display ripropone una condizione in divenire dove nessun appiglio retinico partecipa al dichiarare l’opera come sonora. Grazie a una tecnologia chiamata Solid Void ho potuto fare in modo che nessuna postazione d’ascolto venisse privilegiata. Le intere pareti laterali dello spazio diventano amplificatori
dei dialoghi proposti, in un ping pong dx sx tra fonte umana indigena(inizio del processo di ricerca) e descrizione dell’opera correlata o, per la precisione, ciò che resta di un intervento artistico una volta che vengono tolte le strutture del suo evento e della sua presenza.

Quale pensi sia la differenza per lo spettatore tra vedere e sentirsi raccontare le tue opere? Il lavoro in questione è lo stesso ma qui cresce un riverbero. Attraverso la soggettività di uno sguardo, ad esempio, non c’è la possibilità che il riverbero sia eccessivo e che quindi il messaggio arrivi distorto? 

Penso che il pubblico stia fruendo un processo e tale aspetto, per me, non potrà mai essere qualcosa di eccessivo. Si tratta, infatti, di una condizione del reale. Le telefonate ridefiniscono l’opera come oggetto di un dialogo orale, giocano con il potere immaginifico proprio del linguaggio. Costringo le immagini frastagliate delle opere, che abitano le nostre teste, a riacquisire definizione tramite una richiesta di narrazione.

Parlami della reazione degli intervistati. Ci sono state interpretazioni personali? Inoltre, alcuni lavori dei quali hai chiesto di parlare sono stati realizzati molto tempo fa. Pensi che la distanza temporale dell’esperienza abbia influito molto?

Ovvio che la descrizione del lavoro sia caratterizzata da chi la riporta. E’ interessante analizzare il percorso estetico a cui l’opera è sottoposta. Come hai intuito un aspetto fondamentale, che nell’audio si nota molto, è la distanza temporale tra la testimonianza e il suo oggetto. Si percepisce la difficoltà di scavare nel passato, anche se non sempre le opere più lontane sono quelle che hanno subito maggior distorsione. Si tratta, in fondo, di soggetti diversi. Mi interessava, comunque, ricreare questo cortocircuito dove la contemporaneizzazione del display personale schiaccia la cronologia delle opere.

Gianni Motti nel 2006, in occasione della sua prima retrospettiva al Migros Museum di Zurigo, ha costruito un corridoio che conduceva i visitatori dall’ingresso del museo ad un’uscita sul retro. I visitatori venivano accompagnati da un assistente dell’artista che raccontava il lavoro di quest’ultimo durante il tragitto… Le analogie con il lavoro citato si esauriscono alla sostituzione dell’opera con il racconto orale.

Il lavoro fisico di Motti è certamente molto diverso dal mio che è perlopiù fortemente scultoreo e, tale distanza, segna un esperimento diverso. Ma ciò che è più importante è il fatto che i dialoghi di jenga non sono stati scritti da me o da chi mi conosce. Intercorrono tra persone non preparate, colte di sorpresa, al telefono, in un momento qualunque della propria giornata.

La tua pratica attiva dei processi che spesso escono dal tuo controllo. Come sei arrivato a questo tipo di relazione con il caso?

Nella sperimentazioni di una pratica di ricerca empirica, la relazione con il caso è complice e generativa, alimenta dinamiche che fungono da acceleratori per analizzare il processo attivato. La stessa scelta di effettuare le registrazioni in mostra a persone non preparate, nella settimana precedente all’inaugurazione, può sembrare un azzardo, ma attiva dei meccanismi nel linguaggio accessibili solo attraverso questa pratica.