Cesare Pietroiusti

Incantesimo

8’57”

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Can you introduce your work Incantesimo and explain the decision to work on this text?

The artistic research on sound and noise often made me reflect on the interlacement between, on the one hand, the abstract-mental, purely linguistic aspect and, on the other, the concrete and material features – sound waves, vibration, movement of the air and of the tympanic membranes.
A few years ago, together with the artist Matteo Fraterno, we created a work entitled The accent of reality which, among other things, reflected on the fact that, in the word “reality”, there is a curious slippage between the abstract meaning of the word and the concrete, vibrating, real sound effect of the accent on the “a” at the end of the word itself. The accent of reality, then, is both a concept and a “concrete”; in the word “reality” there is an element, an underscore, an accent that actually moves us from the level of the symbolic to the level of the real. Magical formulas work a bit in the same way – the magic lies in the slippage between the two levels that define our position as speaking bodies caught in the middle, so to speak, between words and things. The spell has the effect of words that slip on the other level, the one of real, physical effects. But perhaps, all the words are, in spite of linguistic orthodoxies, potential generators of spells…

Can you talk about the meaning of this work in relation to your artistic practice?

… and the artist’s work, to me, is not to produce more refined, more pleasant, or more aesthetically valid spells, but to unravel the mechanism, to show the potential effects of the capture of our imaginary. Of course, unlike psychoanalysts or philosophers, the artist does this by getting his hands dirty, because to fully understand the enchanting you have to go through it, like Ulysses did with the song of the sirens, with the risk of convincing yourself – perhaps by the flattery of the market – of your spell-casting ability, and then it becomes a profession. As an artist, I believe I move (or at least I try to) in this junction, between the unveiling of the mechanism and its re-production.

This is your second appearance at the festival. How and when did you start working with sound as a medium?

I would say at the beginning of my journey as an artist. My first exhibition Hypothesis of identity (Jartrakor, Rome, 1978) included two audio installations: the first, untitled “Self-refutation of the word” was a reflection, through a series of recordings, on the relationship between psychiatric (and, in general, scientific) language and the schizophrenic one. The other installation, Exceeding the boundaries of the self, was an attempt to reconstruct an experience (psychotic, again) of escape from the boundaries (the walls) of a room: the recording of a race which, starting from one end of a long room, ended with a thud on the back wall. Since then I have worked very often with sound, noise, and especially voice. I love monologues and songs. They self-enchant me a little.

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Potresti parlarci di “Incantesimo”, il lavoro che presenterai a Helicotrema, spiegando la scelta di lavorare su questo testo?

La ricerca artistica sul suono e sul rumore mi ha spesso fatto riflettere sull’intreccio fra l’aspetto astratto-mentale, puramente linguistico, da un lato, e quello concreto, materiale, delle onde sonore, delle vibrazioni, del movimento dell’aria e delle membrane timpaniche, dall’altro.
Qualche anno fa, insieme all’artista Matteo Fraterno, abbiamo realizzato un lavoro dal titolo L’accento di realtà, che, fra l’altro, rifletteva sul fatto che, nella parola “realtà” c’è un curioso slittamento fra la significazione astratta della parola e l’effetto sonoro, concreto, vibratorio, reale, dell’accento sulla “a” alla fine della parola stessa. L’accento di realtà, quindi, è allo stesso tempo un concetto e un “concreto”; nella parola “realtà” c’è un elemento, una sottolineatura, un accento, appunto, che ci sposta dal piano del simbolico al piano del reale. La formula magica funziona un po’ allo stesso modo – la magia sta proprio in questo slittamento fra i due piani che definiscono la nostra posizione di corpi parlanti presi in mezzo, per dire così, fra le parole e le cose.
L’incantesimo è l’effetto di parole che slittano sull’altro piano, quello degli effetti reali, fisici, corporei. Ma forse, tutte le parole sono, a dispetto delle ortodossie linguistiche, potenziali generatrici di incantesimi…
Che significato ha questo lavoro in relazione alla tua poetica artistica?

…e il lavoro dell’artista, secondo me, non sta tanto nel tentare di produrre gli incantesimi più raffinati, più piacevoli, o più validi esteticamente, quanto a svelare il meccanismo, a mostrarne i potenziali effetti di cattura del nostro immaginario. Certo, diversamente dagli psicoanalisti o dai filosofi, l’artista questo lavoro lo fa sporcandosi le mani, perché, per capire fino in fondo l’incantevole, lo devi attraversare, come Ulisse il canto delle sirene, col rischio di essere convinto – magari dalle lusinghe del mercato – della tua abilità di incantatore, e di farla quindi diventare una professione. Come artista, credo di muovermi (o almeno di provarci) in questo snodo, tra svelamento del meccanismo e sua ri-produzione.
Questa è la tua seconda partecipazione al festival. Come e quando hai iniziato a lavorare con il suono come mezzo?

Direi proprio dall’inizio del mio percorso come artista. La mia prima mostra Ipotesi di identità (Jartrakor, Roma, 1978) comprendeva due installazioni audio: una, Auto-confutazione della parola era una riflessione, attraverso una serie di registrazioni, sul rapporto tra linguaggio psichiatrico (e scientifico in generale) e linguaggio schizofrenico; l’altra, Superamento dei confini dell’io, era un tentativo di ricostruire un’esperienza (psicotica, ancora) di fuoriuscita dai confini (i muri) di una stanza: la registrazione di una corsa che, partendo da un capo di una lunga stanza, finiva con un tonfo sulla parete di fondo. Da allora ho lavorato molto spesso con il suono, il rumore, e soprattutto la voce. Amo molto il monologo e il canto. Un po’, mi auto-incantano.
Photo by Barbara Ledda, courtesy the artist.
Cesare Pietroiusti, “quello che trovo, quello che penso, performance”, Maxxi, Roma 2010.



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